guerre pubiche
Nel giugno del 1978 Larry Flynt pubblica la “famous infamous cover” provocatoriamente dedicata alle femministe che lo accusavano di trattare le donne come pezzi di carne. Flynt, è il gemello redneck di Hefner, fondatore di Playboy, e Guccione, fondatore di Penthouse, le cui guerre pubiche (la superlativa headline è di Hefner) vertevano all’epoca sulla quantità di peli pubici femminili mostrati rispettivamente sulle proprie riviste.
La copertina originale di Hustler, che riporta il provocatorio sigillo con inciso “ultimo numero dedicato esclusivamente alla carne” con relativo giudizio sulla qualità della carne “grado A rosa”, che nello slang dell’industria per adulti degli anni ‘70 corrispondeva a immagini esplicite di genitali femminili (pink-shots).
Quando nel 1974 Flynt giunse a stampare il suo “Hustler” sdoganò la pornografia più lasciva ed amorale, derubricando i magazine concorrenti a cataloghi di intimo, o forse peggio alternando contenuti di politica e lifestyle per accompagnare il lettore snob alla scoperta del paginone centrale (italicamente parlando la guerra a colpi di pudiche cover tra Espresso e Panorama). E così riempì pagine di caustica satira, fumetti osceni sconfinando oltre qualsiasi limite del pudore dell’epoca. Tutto così realistico da essere premiato dalle vendite e tutto così sincero come già narravano fiumi di episodi nei lustri passati e in quelli a venire, da Hyannis Port allo Studio Ovale alla ben più sobria stanza di Cosimo Mele.
Flynt crea un impero economico e diviene suo malgrado paladino di libertà e diritti civili, nonostante l’intenzione fosse semplicemente quella di pubblicizzare i propri locali di spogliarello attraverso una newsletter. Paga fisicamente - subendo un’attentato dal suprematista bianco di turno, membro KKK, che non sarà condannato a morte per il tentato omicidio dell’editore ma per una copiosa serie di omicidi - diventa paraplegico e impotente, salvando poi la propria sessualità con impianti penieni. La pratica genererà seguaci anche in Brianza.
La candidatura non prevista a paladino libertario inizia con la causa promossa dal predicatore battista Jerry Falwell, che era solito rovesciare l’ira dei propri sermoni su Flynt, inducendo la reazione dell’editore: sul magazine “Hustler” esce un falso annuncio pubblicitario che emula la campagna “Campari”, in cui le celebrità raccontano la loro “prima volta” con il bitter - giocando sul doppio senso purtroppo ancor in voga oggi. Seppur col disclaimer “parodia pubblicitaria - da non prendere sul serio”, Falwell diviene protagonista dell’intervista in cui narra di aver vissuto la sua prima esperienza sessuale con la madre. Dopo una serie di sconfitte processuali e una sanzione di 200.000 dollari Flynt inoltra richiesta alla Corte Suprema, che si pronuncia a favore del magazine con decisione unanime, difendendo il diritto di parodia di personaggi pubblici ai sensi del Primo Emendamento. Larry Flynt diviene eroe per caso, la sentenza resta per molti un caposaldo nella storia giuridica degli Stati Uniti, per i detrattori un errore acclamare Flynt come paladino del Primo Emendamento. Godibilissimo il film di Milos Forman sulla vicenda, che si pronunciò così a proposito di Flynt: “Non sostengo che vi dovrebbe piacere ciò che fa Larry Flynt. A me non piace, mi piace il fatto che vivo in un paese dove posso deciderlo da solo. In un paese dove posso prendere Hustler e leggermelo con la stessa libertà con la quale lo posso buttare nella spazzatura, dove secondo me dovrebbe stare.”
L’annuncio pubblicitario di Campari USA, campagna stampa declinata con diverse celebrità tra il 1981 ed il 1984, lanciata dall’agenzia Compton Advertising poi acquisita da Saatchi & Saatchi; qui sotto, la geniale provocazione comparsa sulla rivista Hustler, da cui ebbe origine la causa promossa dal televangelista Jerry Falwell, antiabortista, antigay, antistampa immorale, protagonista della crociata religiosa contro i cartoni animati Teletubbies, pericolosamente gay!
Il diritto alla satira, da questo momento viene preservato dalle censure governative, anche grazie all’abnegazione di una giovane donna, Ruth Bader Ginsburg, che nonostante i pregiudizi professionali avvia una brillantissima carriera di avvocato, arrivando ad essere nominata da Jimmy Carter alla Corte d’Appello e poi da Bill Clinton (ancor imberbe pre-Lewinsky e forse pre-Epstein) alla Corte Suprema. Ebbe un ruolo cruciale nel sostenere strenuamente il Primo Emendamento, avviando inoltre la battaglia per la parità di genere. Divenne famoso l’utilizzo dei suoi colletti sulla toga per comunicare tacitamente la sua posizione relativa alle sentenze. Gradevole il biopic, seppur eccessivamente patinato. Curiosamente, s’intersecano senza mai toccarsi, le vite di Flynt e della Ginsburg, come nel sublime Magnolia di Anderson, in cui l’action figure Tom Cruise è candidato all’Oscar come attore non protagonista, degno di una prestazione maestosa tra un nugolo di star da olimpo. Larry Flynt dichiarerà di essere “born again” dopo essere stato illuminato dall’evangelista cristiano-battista, Ruth Carter Stapleton, sorella del Presidente Carter. Dopo 1 anno comunica di essere tornato ateo.
L’immagine di “Hustler” diviene nuovamente attuale durante il The Monster Ball Tour di Lady Gaga, quando per reagire alle critiche relative alla sua fisicità la cantante si fa calare in un tritacarne, citando esattamente la scena della copertina di Hustler, con le gambe che fuoriescono dall’imbuto. Fonda la Born this way foundation che si occupa di rendere il mondo più gentile e coraggioso, dichiarando “quando mangio, sono sana e non mi preoccupo così tanto del mio aspetto, sono felice. Più felice di quanto non lo sia mai stata. Non ho intenzione di andare in crisi di nervi a causa del controllo. Questa è chi sono. E sono orgogliosa, a prescindere dalla taglia.”
L’ascesa del pornografo diventa l’Hamburger Hill (la collina 937 nella valle di A Shau, Vietnam, così definita dai soldati americani, “era come essere masticati come carne macinata”) da cui avanzare nella battaglia contro le discriminazioni, un presidio critico al progressismo di facciata, al buonismo borghese e radical chic, all’intervento social dal desk domestico, immedesimandosi nella vecchia matita rossa e blu della maestra. Viscida ipocrisia intellettuale, che esalta l’altruismo, virtuale ça va sans dire, sbandierando la propria superiorità morale; “bisognerebbe fare un comitato per la difesa delle zanzare, perché anche loro, poverine, hanno il diritto di succhiare” monologa Gaber su altruismo e tolleranza; l’accondiscendenza dell’oggi, verso tutto e tutti, ayatollah-stalker-pedofili-evasori etc, altro non esalta che fetido narcisismo che nasconde la capacità di agire politicamente.
Last, but not least, e per dover di patria è obbligo, menzionare Adelina Tattilo, femmina in categoria per antonomasia maschia, editrice di Playmen (rivista fondata insieme al marito che sputtanerà gli incassi lasciando la testata alla moglie, divorziando, per andare a rieditare “Le Ore” virando verso la pornografia negli effervescenti ‘80) versione nostrana di Playboy da cui verrà chiamata in causa, sia da Hefner, sia dai magistrati nazionali, guide supreme al “comune senso del pudore” come ironizza acutamente Alberto Sordi nell’omonimo film. Resiste agli attacchi della magistratura, anche grazie agli interventi attivi di intellettuali come Pasolini, Moravia, Fellini, Eco che testimoniano il valore artistico della rivista distinguendo tra pornografia ed erotismo finalizzato al contesto giornalistico e culturale. Per l’Italia degli anni ‘70 un passo enorme che aprirà alla revisione della censura liberalizzando il settore. E mentre in Italia la discussione sullo sviluppo consapevole dell’affettività e della sessualità nei giovani, è attualità più sugli scranni del parlamento e nei tinelli TV che sui banchi scolastici, sorge un pruriginoso interrogativo: quanto ha pedagogicamente influito sui giovani questa editoria? Probabilmente, Philip Roth, nel suo Lamento di Portnoy, suggerisce come trovare la risposta.
Larry Flynt, non era un pubblicitario, non era un professionista della comunicazione, scelse l’estetica dell’osceno, la più crudele e primitiva, mentre la pubblicità tradizionale attraverso il marketing “perbene” solleticava - e ancor solletica salvo eccezionali episodi - mascherando dietro giocondi sorrisi la voracità della nostra società, smascherando milioni di inconsapevoli “utilizzatori finali” (la citazione appartiene al fù avv. Ghedini). Buon riposo, Larry.






